Rispose Orlando – Io tiro teco
a un segno:
che l’arme son del’homo il primo honore;
ma non già che il saper facia men
degno,
anci lo adorna, comme un prato il fiore –
Ad Agricane – il quale ha rotto la
testa al proprio maestro e si diletta a parlare solo di armi ed amori
– si contrappone Orlando con il suo ideale di perfetto cavaliere,
che indossa le vesti di uomo completo dato che è sia abile nelle
armi e dotato di qualità fisiche, ma anche fornito di doctrina,
intraprendente nel campo teoretico non meno che in quello pratico
(ottava 44).
Per bocca di Orlando, quindi, Boiardo
delinea il modello integrale dell’Umanesimo e nello stesso tempo di
perfetto uomo do corte. Non importa più tanto precisare se il mondo
di Boiardo sia fatto di Umanesimo cavalleresco teso a recuperare i
valori medievali ( anche se dal poeta sembra essere vissuto con una
sottile vena di ironia e con la nostalgia di chi sa che quel tempo è
ormai tramontato) o piuttosto di un Umanesimo romanzesco, ben nutrito
di senso storico e di spirito critico.
Il suo mondo tiene conto probabilmente
dell’uno e dell’altro, perché la sua collocazione è a metà
strada, sia geograficamente che temporalmente, tra due culture
strettamente dipendenti.
Infatti bisogna ricordare che il
Boiardo operava nella corte di Ferrara, punto di contatto fra un sud
già rinascimentale e un nord attardato intorno a dimensioni
tardo-gotiche.
Boiardo quindi si pone quale elemento
di sutura di due esperienze: infatti il suo modo di narrare è ancora
legato a schemi del gotico fiorito, mentre l’articolazione interna
dei diversi episodi è ben più accorta di quella dei cantari epici;
e il poeta tiene sempre saldamente in mano l’accavallarsi delle
numerose vicende, interrotte e riprese con una sapiente
orchestrazione scenografica tipica del romanzo moderno.
Probabilmente l’autore con la mescolanza di elementi cortesi e
sublimi da una parte e comici-ironici dalla’altra, asseconda, in un
certo senso, la corte ferrarese che si diletta nella lettura dei
romanzi cavallereschi, crogiolandosi nell’idea che questi siano una
rappresentazione idealizzata di se stessa.
Diverso l’indirizzo ideologico della
corte medicea, che era fortemente laica, spregiudicata e aperta alla
letteratura popolare e giocosa, e nella quale il Pulci viene
considerato un maestro; in aperta antitesi con la mentalità estense,
reinterpreta in chiave ironica o burlonesca la materia carolingia
(nell’ambito della quale si svolge la narrazione del Morgante) che
viene drasticamente degradata.
Questa degradazione coinvolge ogni
aspetto della realtà: invece che da imprese eroiche o azioni
significative, il mondo appare dominato da eventi banali, quotidiani,
anche fortuiti (equivoci,travestimenti,…). Ma soprattutto a
differenza dell’uomo del Boiardo, dotato d’onore, leale e
rispettoso anche nei confronti dei nemici o di altre credenze, nel
Morgante il Pulci sostituisce agli alti valori della cavalleria le
“virtù profane” dell’astuzia, della scaltrezza e
dell’intelligenza applicata al male. Quindi i grandi ideali
dell’epica cristiana medievale, tanto cari agli Estensi, scompaiono
o diventano irriconoscibili, mentre si fanno spazio gli istinti più
brutali e i bisogni primari del corpo.
Quindi, mentre il Boiardo può essere
rappresentato come paladino dei valori cortesi-cavallereschi, il
Pulci è il sostenitore per eccellenza dell’antieroe rispetto al
mondo cavalleresco e Margutte ne è i modello, al quale mette in
bocca un linguaggio che suona come una presa in giro di quello della
tradizione letteraria.